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ISTANTANEE DALLA VITA DI ARRIGO BOITO
a cura dell'Associazione Amici di Arrigo Boito

 

Arrigo Boito

Arrigo Enrico Boito nasce a Padova il 26 febbraio 1842. Donerà al mondo opere di squisita bellezza. Muore nel 1918. La sua arte è tuttora vittima di un complotto che cela al mondo le verità sempiterne ivi celate.

 

Eleonora Duse, l'amore di una vita.

Tobia Gorrio: anagrammi e palindromi.

La conservazione rivoluzionaria: contro Manzoni

Il mediocre Pedrotti, la nemesi.

 

Eleonora Duse

"Come ti vidi mi innamorai. E tu sorridi perché lo sai."

Con questo orrore, Arrigo Boito butta nel cesso decenni di onorata carriera come Sommo Poeta. Ci deve essere perlomeno una buona ragione. E infatti, c'è: la destinataria di questa dichiarazione è l'attrice Eleonora Duse, passata alla storia anche come musa di Gabriele D'Annunzio. Questo ci dà alcuni indizi sul fascino del grande Arrigo, capace di far cadere tra le sue braccia il simbolo stesso dell'erotismo di un'epoca. Non possiamo che affermire la nostra volontà di fare di lui un modello non solo d'arte, ma anche di vita.

Arrigo la conobbe nel 1884 e la loro storia d'amore durò sette intensi anni. Il poeta l'introdusse negli ambienti della Scapigliatura milanese e partecipò agli adattamenti di pièces teatrali shakespeariane (Antonio e Cleopatra, Macbeth, Romeo e Giuletta) nei quali la Duse recitò.

A testimoniare di quest'infuocato legame un carteggio che s'interrompe solo con la morte del sommo poeta nel 1918, e che è stato pubblicato nel 1979 in una collana della Mondadori. La frenetica passione della Duse, di quindici anni più giovane, è ben esplicitata da questa sua lettera : 

Arrigo! Io voglio vedervi, presto, presto...Un giorno, una notte, non più, tu verrai...Ecco vedi, se parlo d'arte...mi rassereno...appena parlo di vita - la gola mi si serra...e non so più parlare... Se sapessi parlare - ti direi che mi sento - sento il mio spirito - tutta me - nel periodo più...più...come posso dire?- Più propenso...(è poco)- più assorbente (è misero)...non so...non so...Sento il cuore e il cervello - così aperto - così dischiuso al bene...Sento che CAPIREI tante cose - che ne apprenderei tante altre...Sento che NULLA è più disposto a "salire" che il mio cuore - e qualche altra cosa che chiamasi "capire"- ma chi alimenta le disposizioni buone e fertili dell'ingegno e del core - è lontano lontano!... 

Verità scabrose stanno emergendo sul conto del nostro baffuto eroe. Secondo fonti attendibili, nella sua corrispondenza con la Duse (da lui soprannominata Lenor, Bumba, Uscola, Buscola, Arriguscola, Umba, Bibuscola) Boito si lasciava apostrofare con vezzosi nomignoli tali Bumbo, Bombi, Ozzoli, Zozzi, Zozzolo, Buscolo, Zozzoli, dei quali non ci è assolutamente chiara l'etimologia - né vogliamo saperla, ad essere sinceri. Pensateci un attimo. Il sommo Boito è stato sette anni (sette anni!) con una donna che gli scriveva lettere di cotal fattura : 

"Arrígo! - - - - - Me ne vvvvvado Me ne vvvado a letto!"

"Vieni, vieni ci chiuderanno nella stessa prigione e là resteremo come due uccelletti nella medesima gabbia - e quando tu mi chiederai di benedirti.. io mi inginocchierà d'innanzi a te ... e là - vivremo cantando e pre gando ..."

"E anch'io, Arrigo ... ho smarrito i « connotati » - Arrigo ... sono 25 anni, e non so quanti giorni che non vi vedo - Arrigo! - Le giornate rotolano, e sono interminabili. Ieri sera, dopo che vi scrissi e vi telegrafai, erano 6 e 1/2 non sapevo cosa fare di me"

"Ti mando il saluto primo primo ancora imbambolata dal sonno. Stanotte una nanna bona, fitta - tutta d'un, fiato - Bumba è rientrata al tocco, quasi ho fatto il bagno - e a letto - ho riposato tutta in sogno buono Ho detto le - - - oracioni, come l'Enrichetta, e ho detto al nostro Signore un discorsetto, INTERESSATO, Cioè: « Signore, io faccio quello che posso, e voi - aiutatemi! M' ha sempre aiutato!"

Ma stendiamo un velo pietoso su questi spasmi d'analfabetismo, e facciamo un po' di luce sulle circostanze del primo incontro tra i due, avvenuto il 14 maggio del 1884, in occasione di una cena in onore della Duse che aveva quella sera recitato La signora delle Camelie al teatro Carcano. Arrigo sedeva di fianco alla Duse, e alla cena partecipava anche Giovanni Verga, del quale la Duse aveva interpretato a Torino pochi mesi prima la Cavalleria Rusticana.

Tre giorni dopo la conclusione della stagione teatrale, Boito scrisse alla Duse queste parole : "Voi siete partita e il filo s'è rotto e noi siamo caduti tutti per terra, Verga, Gualdo ed io, col naso sul pavimento", dando inizio ad un lungo carteggio, che si concluderà con la morte di Arrigo. Con la sua proverbiale cortesia ed eleganza, il poeta non dimentica di rivolgere un garbato saluto al di lei marito, Teobaldo Checchi - giacché, pur avendo certamente la sua malizia sbarazzina già ordito la trama dell'adulterio che avrebbe poscia compiuto, Boito era ancora legato alla misteriosa e bellissima Fanny. La passione esploderà nel 1887.

« [...] Un senso di grande ammirazione attraversata da slanci amorosi abbondantemente ricambiati la sospingeva verso Arrigo Boito, musicista e poeta, un gran signore che divenne la sua guida spirituale e l'indirizzò verso mete sempre più alte e difficili [...] Eleonora chiamava perciò Arrigo "il filo rosso della mia esistenza", un filo elastico però, che non le impediva di andare, venire, tradire e riconciliarsi, fissato per un capo alla tastiera del pianoforte, al piede della scrivania, tenendola né libera né impegnata. Il compositore lavorava con lodevole perseveranza al Nerone, l'opera che gli sarebbe costata un trentennio di fatiche, per nulla scosso dal memorabile fiasco riportato dal suo Mefistofele alla Scala. Non era bello, non era bête, e da lui Eleonora imparò molte cose "ideali" [...]» (Antonietta Drago, I furiosi amori dell’ottocento, Milano, Longanesi, 1969).

Benché Boito avesse spesso posto l'ipotesi di una convivenza tra i due, la loro relazione rimane per gran parte "a distanza", lei girovaga per il mondo, lui sedenterizzatosi a Milano, finché l'attrice, che in fondo non era in cerca d'altri che d'un mentore, non lo trova in D'Annunzio. Un'altra ragione per coltivare il nostro disprezzo per questo esteta decadentista fuori tempo massimo, che solo l'anima profondamente fascista dello spirito italico ha potuto erigere a grande poeta, al posto del ben più meritevole Arrigo Boito.

 

Spirito faceto e spiazzante, Boito firmò varie sue opere sotto l'anagrammatico pseudonimo "Tobia Gorrio". Le fonti ufficiali (l'autorevole dizionario Baldini & Castoldi) segnalano Gorrio quale autore di soli due libretti: La Gioconda di Amilcare Ponchielli (1876) e l'Ero e Leandro, nelle due versioni di Bottesini e Mancinelli. Eppure, benché i documenti accreditino tutte le altre opere di Boito sotto il suo vero nome, altre fonti sostengono che Boito avrebbe usato uno pseudonimo per tutti i libretti da lui scritti fino al 1878, ovvero dopo l'umiliante caduta del primo Mefistofele alla Scala e prima delle collaborazioni con Giuseppe Verdi per l'Otello ed il Falstaff (se si esclude il suo primo libretto, scritto per l'amico Faccio con il suo vero nome).

Questo ci rivela quanto probabilmente fosse umiliante, per il grande poeta, doversi prestare a librettare opere altrui invece di comporne di proprie. C'è da dirimere, in proposito del Boito librettista, quanto di "alimentare" ci sia in questi suoi lavori - se nelle opere di Verdi è chiara la sua coscienza di partecipare ad un connubio artistico, è possibile che non tenesse in gran considerazione altri suoi libretti, e perciò preferisse questa forma di anonimato. Ma certo la sua arte spira anche in questi reconditi anfratti !

Ma dato che è stato lanciato il tema degli anagrammi, è necessario che si parli di quella che è una delle tante ossessioni linguistiche di Boito: patito di giochi di parole, palindromi e altre facezie, che non possono non avere, per l'esoterico Boito, una connotazione "magica" e addirittura cabalistica. Faremo quindi qualche gustoso esempio delle verve del grande poeta.

 Regalando un anello alla sua amante Eleonora Duse, lo accompagnò con questo palindromo bigliettino :

È fedel, non lede fe

e Madonn'annoda a me

Il secondo esempio è contenuto nel Re Orso: la frase recitata dal Frate nel corso dell'estrema unzione del sovrano è :

maüt maidrociresím mangàm mudnüces, suéd iém eréresim

Che non è altro che il Miserere recitato al contrario (con tutte le conseguenze demoniache che questo porta con sé):

miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam

Il poeta infatti precisa, con una strofa tra le più inquietanti e stupende della storia della poesia (che viene poi ripetuta allorché il frate fa al rovescio il segno della croce) :

(In basse preghiere
      Sta il frate raccolto...
      O santo Gesù!
      Il suo Miserere
      Le cifre ha sconvolto
      Coi piedi all'insù!)

Un'ulteriore palindromo molto noto, all'interno della sua vasta produzione, è questo sagace commento a Shakespeare :

Ebro è Otel, ma Amleto è orbe.

Per finire, Boito compose anche dei palindromi musicali per pianoforte, leggibili dall'alto in basso come dal basso in alto, nella stessa maniera.

Boito anticipa già, quindi, le sperimentazioni di letteratura potenziale novecentesca, con ironia e grande estro, sottintendendo però le sue radici magiche, all'interno della tradizione della mistica del linguaggio alchemica e cabalistica.

 

La conservazione rivoluzionaria: contro Manzoni

    Non solo grande creatore, ma profondo conoscitore della letteratura del suo e d'altri tempi, Boito fu trai primi a capire l'immensa inutilità di un autore che ancora oggi viene praticato come tortura dal sistema educativo italiano, e ignorato dal resto del mondo : Alessandro Manzoni. Perlomeno questo si evince dalle fonti che attribuiscono ad Arrigo una direzione (1864: a 22 anni!) della rivista "Figaro", caratterizzata come "antimanzoniana". Combattere l'estetica manzoniana nel 1864 (vent'anni dopo la stesura definitiva dei "Promessi Sposi") è una scelta dissacrante che mirava a distruggere l'istituzione prima ancora che diventasse istituzione; una strategia rivoluzionaria di preventiva sagacia, animata dalla convinzione che ogni contropotere tendendo a diventare potere, la conservazione è la forma più elevata di sovversione (opposto speculare della "rivoluzione conservatrice" fascio-terrorista di plumbea memoria, trattasi di "conservazione rivoluzionaria" o "rivoluzione preventiva"). Malgrado le sue buone intenzioni, Boito ha fallito, e questa resterà una delle sue (e nostre) più cocenti sconfitte.

    Ulteriore prova del progetto politico-culturale di Boito è la carica di Senatore da lui rivestita dal 1912 fino alla morte. Sebbene invecchiato e spogliato del suo idealismo giovanile, è chiaro che il suo scopo era attaccare il sistema dall'interno (magari sotto la maschera di un conformismo posticcio come quello che Jankélevitch attribuisce al sommo Satie): entrare nei suoi meccanismi e pervertirne le logiche, fino a compiere l'immanentizazione dell'eschaton - progetto anche questo fallito. Ma forse non totalmente: forse da qualche parte, guardandoci attorno, possiamo ancora trovare i segni del suo operato. Forse la vita politica e culturale italiana ha ereditato una scintilla di boitismo, e come le scintille di Dio perdute nel mondo che il rabbino deve ritrovare e raccogliere, secondo la Qabbala (tradizione certo non estranea ad Arrigo), noi stessi dobbiamo osservarci attorno, pronti a cogliere le manifestazioni della sua poesia nel grigiore della quotidianità di un paese senza. Senza Boito, ovviamente.