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RE ORSON: 
L'INFLUENZA DI ARRIGO BOITO SU ORSON WELLES

a cura dell'Associazione Amici di Arrigo Boito

 

   Nel 1915, pochi anni prima della morte del sommo Boito, nasceva negli Stati Uniti Orson Welles, sommo attore e regista. Implausibile quindi ipotizzare un incontro tra i due grandi geni, anche se ci piace pensare che il grande poeta possa aver tenuto sulle sue ginocchia il paffuto neonato; certo è che Welles ha, in un certo modo, cercato di raccogliere l’eredità boitiana trasponendola nel suo teatro e nel suo cinema.

Tutti i personaggi di Orson Welles sono delle variazioni sul tema dell’archetipo sviluppato da Boito nei suoi personaggi – sono, in altri termini, incarnazioni di Re Orso: dal magnate del giornalismo Charles Foster Kane (il cui potere non gli impedisce di essere roso dal verme della nostalgia) in Citizen Kane (1941), all’infernale Quinlan di Touch of Evil (1958), passando per Mr Arkadin in Confidential Report (1955). Tutte figure di sovrani tanto potenti e crudeli quanto condannati ad una dannazione segreta, dazio della loro condotta scabrosa e immorale.

 

 

Orson Welles - Hank Quinlan

 

Ma è nelle sue opere shakespeariane che Welles esplicita chiaramente il suo debito nei confronti dell’interpretazione boitiana del teatro del bardo. Non è certo una coincidenza che dei tre film che il regista trae da Shakespeare, due siano gli stessi adattati da Boito per Verdi: Falstaff e Otello. Il terzo è il Macbeth, del 1948, invero oggetto di una traduzione per teatro da parte del sommo poeta, e la cui struttura è, anche qui, conforme all’archetipo sopra enunciato (che forse deve qualcosa a Shakespeare, quindi): come non vedere nell’usurpatore scozzese che tenta di lavarsi via il sangue dalle mani la stessa tragica disperazione di Re Orso che tenta di sfuggire al verme? E nella dialettica tra sanità e malattia alla base della tragedia un dualismo di tipo boitiano ?

 

Per il Falstaff, il passaggio da Boito è quasi obbligato: l’idea di riunire le varie apparizioni di un personaggio secondario di diverse opere shakespeariane, Sir John Falstaff, e farne un’unica opera, sebbene non fosse originale del librettista di Verdi (era già stata effettuata da Salieri un secolo prima), è stata da lui svolta con tale maestria da costituire un’influenza fondamentale per quel che sarà Campanadas a Medianoche (1965), più noto come Falstaff, di Orson Welles. Boito fa emergere l’archetipo da una moltitudine indistinta di apparizioni, questo stesso archetipo che si confà così bene ai personaggi wellesiani (Cf il raffronto tra Re Orso e Falstaff su queste stesse pagine).

 

Orson Welles - Falstaff 

 

    Per quel che riguarda l’Otello (1952) le influenze sono tecnicamente molto più esplicite, e vanno cercate in quelle che avevamo già evidenziato come similitudini tra questo libretto e la novella L’alfier nero, ovvero la struttura “scacchistica” del dramma (si veda anche L’alfiere nero: Otello come partita a scacchi di Angela Fodale), a costituire un dualismo manicheo tra bianco e nero, Otello e Iago (che Welles, ispirandosi a Boito, porta in primo piano). Questa dialettica frenetica ed inquietante è resa magistralmente dal montaggio di Welles: il pirotecnico alternarsi di campi e controcampi, da principio artificio che ha permesso di girare il film in svariati luoghi, in assenza degli attori, su un enorme lasso di tempo, contribuisce a restituirci l’immagine di una partita a scacchi tra bianco e nero (il quale questa volta perde). Non a caso il montaggio di questo film è diventato proverbiale, da manuale: si tratta di un montaggio boitiano. Altro elemento che Welles mutua dall’interpretazione di Boito è l’ossessiva presenza delle mura, continuamente esibite nelle immagini così come vengono continuamente ricordate nelle parole degli attori dell’opera verdiana: il castello non è altro che una prigione, teatro di una tragedia dalla quale non c’è fuga possibile.

 

 

    Questo filo rosso che unisce i personaggi interpretati da Welles, insieme al suo sforzo per costruire il suo corpo a loro immagine,  hanno fatto che in un certo modo si identificasse l’attore al personaggio: e che Welles stesso venisse soprannominato il Falstaff del cinema americano, o “Re Orson, come amava farsi chiamare nell’intimità.
 
    Come dimenticare a questo punto il progetto di una vita, ovvero la realizzazione di un Re Orso (King Bear) cinematografico da lui interpretato, e fallito come tanti dei suoi grandiosi e megalomani progetti? Forse un giorno negli archivi della RKO verranno trovati metri di pellicola che ci mostrano questo fantastico capolavoro fantasma... O forse dobbiamo limitarci a sognarlo.
 

Boito e il cinema

 
   Il grande poeta, seppur proiettato in un futuro "alternativo" (nel senso di una modernità così radicale che non è ancora giunta), era pur sempre un uomo ottocentesco, fortemente radicato nel suo secolo. Chissà quale stupore, quale fascinazione primitiva deve avergli riempito il cuore nel vedere due
sue opere adattate per il cinematografo, nel 1913, davanti ai suoi occhioni da cerbiatto. Dal suo Nerone è tratto Nerone e Agrippina, diretto da Mario Caserini, mentre all'Otello è ispirato Bianco contro negro di Ernesto Maria Pasquali, il cui titolo ci fa intendere come venisse riportata alla luce l'analogia tra il testo Shakespeariano e la novella l'Alfiere Nero. Ma se è vero che il muto permette al dramma di imporsi come baricentro, riconquistando quel ruolo che gli era stato rubato dalla musica nelle originali versioni operistiche, vanno irrimediabilmente perse le invenzioni linguistiche di Arrigo e poco dobbiamo aspettarci quindi da questi film.

    Un'altra ventina di opere cinematografiche sono state tratte da Boito, ma tutte versioni filmate, in gran parte televisive, di opere da lui librettate. Certo non possono essere accreditate tutte le opere che hanno ricevuto una pesante influenza dall'arte di Boito: valga per tutti il cinema di Orson Welles.

    Ultima segnalazione, il film Eleonora Duse del 1947, diretto da Filippo Walter Ratti, che è in sostanza centrato sulla relazione con Boito, considerato l'unico vero amore dell'attrice, ma "quando s'accorge che il rapporto comprometterebbe l'attività artistica dell'uomo, parte per una lunga tournée all'estero". Buona così, Eleonora !