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BOITO SECONDO PEDROTTI
a cura dell'Associazione Amici di Arrigo Boito

 

Il mediocre Pedrotti

    Boito corrispondeva con Pedrotti? La questione è stata ampiamente dibattuta. Alla fine di una lettera indirizzata a DePanis, Boito scrive: "Un bel a rivederci a te a Bottesini a Pedrotti, martedì mattina". Questo non vuole certo dire che vi sia stata una corrispondenza tra Boito e Pedrotti, cosa che sarebbe stata assai disdicevole: in effetti, Boito si limita a salutarlo indirettamente in una lettera ad una terza persona. Il genere di cose che si fa con gente con cui non si vuole corrispondere, né interloquire. In proposito vi è un simpatico aneddoto, che mostra come mutuasse questa strategia di sommesso disprezzo anche al di fuori dalle relazioni epistolari. Una sera Boito e Depanis incontrano Pedrotti alla Scala. Boito si rivolge a Depanis e gli dice: "Salutami Pedrotti", senza neppure guardarlo. Sono cose che il sommo Boito poteva permettersi di fare, con il suo inequivocabile stile.

    Ma soprattutto, chi è Pedrotti?

    Pedrotti was the leading hand-shaker of the Italian nineteenth century. Also a great skunk, he shone over the disregard of the friends of his friends carrying the weight of his losing mediocrity in the mist of his neglected personality. 

    Pedrotti è una delle figure misconosciute della cultura italiana dell'ottocento. Perdente, isolato, malvisto, gli fu negato il saluto dai maggiori poeti del suo tempo, lasciandolo solo per l’eternità con il suo dolore.

    Scaviamo nelle ragioni della poca considerazione che Boito aveva dell'insignificante esistenza del mediocre Pedrotti: vi accorgerete di quanto fosse giustificata, ed anzi fin troppo mitigata. Guardate con quale vile arroganza questo provinciale direttore d'orchestra si permette di instillare nell'insicuro cuore del poeta dei dubbi in proposito del libretto per Ero e Leandro, scritto (magistralmente) da Boito, che così racconta il suo trauma :

 
    Ho pensato alla osservazione del Pedrotti il quale trova che l'opera finisce freddamente, perchè l'azione drammatica dell'ultima pagina è anzi violentissima e oltremondo tragica, bensì quella fine può forse mancare di effetto teatrale. Insomma, sia freddezza o mancanza di "teatralità" il fatto è che "Pedrotti ha ragione" e che io ti propongo la seguente variante.
    Come si permette questo abbietto personaggio, dimenticato dalla storia, di dare perentori giudizi in una materia che non gli compete, la creazione letteraria ? Boito è obbligato a rispondere all'incompetenza di Pedrotti consigliando al compositore Bottesini, destinatario del suo sfogo epistolare (1878), una modifica dello spartito, così che si confaccia al testo.
 
    Per terminare l'opera così non occorre neanche un verso mio e neanche toccarne mezzo dei precedenti. Occorre bensì che tu aggiunga dopo le parole: "È salva, è morta!" uno scoppio formidabilissimo di orchestra per indicare il fulmine che tuona e che atterra il muro della torre; poi devi anche aggiungere un mezzo minuto (cioè sedici o venti, o ventiquattro battute) di deliziosa musica, serena, incantata, argentina, calma, soavissima, sulla quale far vedere il quadro descritto qui sopra e far calare lentamente la tela.
 
    Boito rimette quindi tutti al loro posto, mettendosi, come merita, al posto di tutti - umiliandoli nel reciproco ruolo, che dimostra di sapere svolgere meglio di ognuno. Ma certo l'offesa da parte di un incompetente come Pedrotti ha un grande impatto sullo spirito ferito di Boito, che già ridotto a collaborazioni di poco conto, costretto a venire incontro alle logiche di un'estetica "industriale" (lontana dall'opera d'arte assoluta che lui certamente poteva realizzare), deve altresì interagire con torme di subumani. 
 

Un incredibile ritrovamento

 

Uno straordinario documento è venuto alla luce scoperchiando una discarica abusiva di rifiuti organici nei pressi dell'ippodromo di Milano: il corpo di Carlo Pedrotti, l'ormai leggendario hand-shaker della scapigliatura italiana, meglio noto negli ultimi anni come leggendario rifiuto organico dell'ippodromo di Milano. All'interno del corpo, sottoposto ad autopsia per gratuita profanazione delle spoglie, sono stati trovati i 16 tomi di un'opera straordinaria, interamente dedicata alla figura di Arrigo Boito, al quale Pedrotti paga il giusto tributo per le sue ripetute insolenze, tra le quali la più grave: esistere.

Ne pubblichiamo qui la gustosa prefazione, densa di servile demenza ed involontaria comicità, nell'attesa di una pubblicazione integrale.

 

 

La versione di Pedrotti

Arrigo Boito raccontato da Carlo Pedrotti.

 

Prefazione

 

 

Non mi sono mai sentito offeso dal fatto che Boito rifiutasse di salutarmi. Mi rendevo conto di quanto fosse difficile per un genio come lui avere a che fare con la gente comune, alla quale senza vergogna so di appartenere. Me ne sono reso conto molto presto, di questa mia mediocrità: scrivendo le mie prime composizioni prive di fantasia, confrontandomi con compagni di Conservatorio tanto più dotati di quanto io fossi, deriso per la mia timidezza e per il mio aspetto, ridotto infine a dirigere opere altrui, opere eteree e sublimi create dai geni dei nostri tempi, che mi venne generosamente permesso di eseguire. È questa la mia unica qualità, l’umile accettazione della pochezza di un’esistenza della quale i posteri non conserveranno tracce – se non quelle che le mie dita unte di sudore lasceranno sugli spartiti di altri.

 

Probabilmente il mio nome non vi dirà nulla, voi che leggete queste mie parole, vergate con mano incerta, in altro tempo ed altro luogo. Mi chiamo Carlo Pedrotti, e sul mio conto poco altro è degno di essere qui riportato. Non ambisco a diventare il protagonista di questa narrazione: degli eventi di cui scriverò fui semplice testimone, e se non mi è stato concesso di vivere la straordinaria vita di Arrigo Boito, perlomeno ho avuto l’onore di assistervi, acquattato nel buio del teatro nel quale andava in scena (e quale grande attore porta attenzione ai visi inespressivi del pubblico in sala? Come biasimarlo, quindi, del suo disprezzo?).

 

Fin dai nostri primi incontri lui aveva preso l’abitudine d’ignorarmi, fingendosi elegantemente distratto (da un’ispirazione, da un suono lontano...) ogniqualvolta mi scorgeva nelle vicinanze. Limitava le sue conversazioni con me a pochi accenni relativi all’esecuzione di tale o talaltro pezzo (lavoravamo all’epoca all’Ero e Leandro di Bottesini), ascoltando annoiato le mie ingenue perplessità sul suo libretto e su come legarlo alla musica (ora mi accorgo di quanto fossero impertinenti i miei dubbi!).

 

Quando infine il suo presunto disprezzo nei miei confronti divenne cosa palese e nota a tutti, Arrigo prese a scherzarci sopra, e quella che era da principio soltanto una sua spontanea reazione ad un altero disinteresse che io pienamente comprendevo si mutò in gioco crudele. Oh, ma la crudeltà ingenua e pura del fanciullo precoce, che scopre i segreti della natura torturando piccoli mammiferi nel giardino di casa. Mi ricordo ancora quella sera alla Scala (era l’estate del 77, l’estate più calda che io ricordi – o forse era solo il mio animo turbato a farmela ricordare così) quando vedendomi sopraggiungere a braccia aperte con un sorriso dipinto in volto, chiese ad uno degli amici che lo accompagnavano di salutarmi da parte sua. «Salutami Pedrotti», gli sentii dire, e quando gli fui giunto appresso si era messo a conversare con qualche dama, mentre uno sconosciuto giovanotto m’informava che «Arrigo Boito le porge i suoi più cordiali saluti, maestro Pedrotti» (anzi, distintamente ricordo che storpiò in qualche modo il mio nome).

 

Tornandomene da Milano, quella sera, nel mio sonno convulso mi parve sentire nello sferragliare del treno le risate sguaiate di quei ragazzotti che avevano assistito alla scena, e m’immaginavo già mutato in barzelletta, fattomi aneddoto per la posterità leggendaria di Arrigo Boito. Nell’umiliazione trovai modo di rincuorarmi, pensando che in questo modo non solo il mio nome sarebbe passato alla storia, ma sarebbe stato indissolubilmente unito a quello di Boito – finché non mi accorsi che certamente questo nome non sarebbe stato il mio, ma qualcosa di grottesco come “Pedrotto” o “Pedrini”, o in qualunque altro modo venni apostrofato.

 

Non crediate però che scrivendo queste pagine voglia in qualche modo legare il mio nome al suo, porre sotto ricatto gli studiosi futuri dell’opera di Boito, costretti a circumnavigarmi per giungere infine al vero oggetto della loro attenzione; ciò che m’interessa esula da qualsiasi ambizione personale, e anzi chiedo all’editore di sostituire ogni occorrenza del mio nome con qualche espediente tipografico, e fare uso di tutti gli accorgimenti utili a celare la mia identità. D’altronde quando verrà pubblicato sarò ormai morto, così come lo sarà Boito, e nulla più avrà importanza.

Carlo Gustavo Pedrotti, 1902