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I CAPOLAVORI DI ARRIGO BOITO
a cura dell'Associazione Amici di Arrigo Boito

LA PASSEGGIATA NOTTURNA

Per lungo tempo la Passeggiata Notturna è stata considerata un apocrifo: pubblicata a firma Arrigo Boito negli anni 1920 (e quindi postuma) sulla rivista "meccanico-scapigliata" L'Eliogabalo, molti studiosi hanno preferito metterne in dubbio l'autenticità per via delle caratteristiche stilistiche assai dissimili dai testi più conosciuti di Boito.

Del 1962 data il ritrovamento del manoscritto originale, difficile da datare, sul quale si baserà il saggio critico di Elia Spalancanti (L'apocrifo travestito – Boito secondo Boito), che sostiene su solide basi storico-filologiche che l'anomalia del testo è dovuta all'intenzione del grande poeta di scrivere un "falso" nello stile della scuola dei Baudelairiani di Trezzo d'Adda, i quali più che al poeta francese s'ispiravano alla tradizione del fantastico tardo-ottocentesco, stemperata in un realismo alla Maupassant. Eppure malgrado l'evidente sforzo di Boito di alienarsi il proprio stile appaiono espliciti i riferimenti biografici e le ossessioni teoriche (il dualismo): secondo l'interpretazione di Spalancanti il fine era per l'appunto di spacciare il testo come un apocrifo boitiano scritto dai Baudelairiani (mentre era proprio il contrario, cioè un apocrifo dei Baudeleriani scritto da Boito), così da screditare il movimento (al quale era molto vicino Carlo Pedrotti). La tardiva pubblicazione, per ironia del destino, fu dovuta proprio alle diffidenze sull'originalità del testo (giunto a firma Arrigo Boito ma sostanzialmente anonimo); che i redattori della rivista scelsero di pubblicare solo quando, deceduto Boito, non vi fossero più i rischi legali collegati a un eventuale smentita del poeta sulla paternità dell'opera.

Un finto finto racconto di Arrigo Boito quindi, nel quale il poeta si diverte a disseminare citazioni e luoghi comuni su di sé, concludendo con un grottesco colpo di scena che poco coincide con l'andatura delicatamente ambigua (forse davvero ispirata dall'esperienza personale) di gran parte del testo, a volere così deridere la gratuita ricerca dell'effetto artificioso avulso dall'unità drammatica, tratto caratteristico del movimento lombardo.  

 

* * *

Passeggiata notturna
Fantasticheria in prosa di Arrigo Boito

 

 

Io, da lontano,
Nella crescente mia ombra perduto

Emilio Praga

Questa vicenda si sarebbe svolta in qualche cittadina germanica d’edificazione medievale, se soltanto fosse opera di fantasia. In strade strette nelle quali come in un labirinto anche il freddo pungente si perde, a tarda ora quando l’astro notturno predica il riserbo ai viandanti che s’incontrano spauriti l’un dell’altro. Invece si svolge nella Milano del tardo mille e ottocento (città moderna e disillusa), e vi si svolge proprio lì poiché essa è reale, e ne fui protagonista io stesso. Inizia nei passi di un giovane seguace dell’Ideale che vigorosi calpestano la distanza tra il teatro della Scala e l’umile dimora che il suo sonno attende.

Dissi che non si tratta d’opera di fantasia: invero confesso che non posso darlo per certo – giacché spesso la fantasia e la realtà danzano assieme, come quelli scorpioni indiani dei quali parla il Gobetti nei suoi Voyages dans les pays éxotiques. Voi sapete certo come la nebbia d’inverno s’addensi fino a rendere arduo distinguere i contorni di cose e persone a chi si trovi nel suo subdolo abbraccio.  

Giorno di tenebre, di densa scurità,
giorno di nubi e di fitta nebbia!

Il mondo sembra allora dissolversi e le certezze aggrapparsi alle invenzioni più sfrenate, nell’umano tentativo di dare un senso ai fuochi fatui della percezione (come li descrisse splendidamente il Quilty). Che il lettore mi creda pure preda delle fole cui noi poeti siamo spesso consenzienti vittime; ciò non guasterà in alcun modo il vibrante piacere che proverà nel leggere la mia spaventosa avventura. 

Ciò di cui non posso dubitare è il ritmo rapido dei passi che riconoscevo come miei, unico suono nella silenziosa notte. Tentavo di controllarne la resa musicale così da farli corrispondere a un grazioso motivo che avevo sentito poc’anzi, e che non accennava a uscirmi di mente, ma il mio passo persisteva in una ritmica irregolare. In questo modo si sovrapponevano nella mia mente una corta sequenza melodica ripetuta indefinitamente, accelerata dalla mia fretta, e la ritmica spezzata delle mie scarpe sul selciato, mentre il battito sordo del mio respiro e le pulsazioni del mio cuore dipingevano uno sfondo regolare. Trovai gradevole canticchiare tra me e me alcuni scarni versi, ispirati all’Hoffmann, che si adattassero a questo suono stravagante sul quale ondeggiavo rapito: 

Siamo
Gli Automi 

Siamo
Gli Automi

Improvvisamente tacqui. Ebbi l’impressione che si stesse avvicinando qualcuno e non volli farmi notare in tale giocoso abbandono. Un’ombra scura si avvicinava, e pareva come una pennellata nera d’acquerello che scioglievasi su di un foglio di carta bianco. Quando mi fu vicina, nell’ignoranza di chi fosse e per non mostrarmi di poca educazione svolsi il rituale mimico del toccarmi la falda del copricapo. Non feci tempo a proseguire fin all’espressione verbale dei miei sentimenti amichevoli, che mi accorsi che a venirmi incontro era un vagabondo in stato di ebbrezza, quell’ebbrezza che i più miserevoli inseguono per scordare il freddo che li attanaglia (questi poveri uomini, carenti d’istruzione, non possono certo scegliere d’ignorarlo come solo sanno fare i seguaci della scuola stoica).

Mi abbottonai per bene il cappotto e proseguii per la mia strada, ma ebbi percorso solo pochi metri che già chiesi a me stesso se davvero avevo incrociato quell’uomo, o se soltanto l’avessi immaginato: così, ad ogni passo, mi chiedevo se non fossi nato in quell’istante con nella mia mente un bagaglio di sogni che si fingono ricordi. La consistenza delle cose si arrendeva all’umiliazione di essere dimenticata dai sensi. Questa constatazione era il mio modo di deridere il mondo materiale, che privato della luce del sole sparisce e smette d’ingannare: le strade di Milano erano divenute quella dimensione precedente l’esperienza nella quale Renato Cartesio compiva le sue meditazioni, e io stesso mi misi a fantasticare, con la sola certezza dell’esserci. Tranquillo oceano, soave plenilunio sereno.

Si era a dir vero quella sera, assieme a Praga e al Filippi, consumata una lauta cena, innaffiata di vino assai eccellente, e questo forse spiegava il mio stato d’alterazione. La notte fu stupenda. La luna, splendidissima, rimirata attraverso i caraffoni di vino appariva violacea. L’acre profumo del canape saliva per le nari al cervello e produceva nelle nostre menti già eccitate alcuni leggeri effetti d’haschich (cannabis indica). Concludemmo allegramente alla Scala, dove Faccio stava ultimando le prove per il suo Amleto, e con il quale il Filippi intrattenne una baruffa che ci fece divertire assai, mentre il Pedrotti nell’ombra ci fissava con la  disapprovazione dei mediocri.

Assieme a Faccio, in seguito, avevamo condiviso il cammino verso le nostre rispettive dimore, finché arrivammo nella Via dell’Orso e lì ci salutammo cordialmente. C’eravamo fermati a discorrere in una piazzetta (nascosta in una stretta via) dove meno di un secolo fa sorgeva la chiesa di San Giovanni alle Quattro Facce, costruita dal Richini nel 1631 e demolita nel 1796, luogo di mistero e sommessa storia, sulla quale fantasticammo. Accennai ipotesi pagane alle quali il mio buon amico si rifiutò di dare credito, credendo scostumate le mie allusioni ad eresie antiche i cui simboli, disseminati ovunque sull’Edificio della Cristianità Apostolica e Romana, terrorizzano vescovi e prelati – pronti sino a gettar giù cattedrali per celarli al loro sguardo.

Alzai gli occhi dai miei ricordi e vidi che la luna era sparita, inghiottita da un denso mare di bianco. La strada che dovevo seguire era pressappoco retta, epperciò non m’inquietai di dovere perdere l’orientamento. Ero da poco passato d’innanzi al monte di pietà e sospettai dunque d’esser giunto nella Via dei Giardini. La via era larga assai, e camminavo sul suo lato sinistro distinguendo male e a pena l’altra sponda.

Il primo segno dell’altro lo ebbi quindi sentendo l’eco dei miei stessi passi. Non ci volle molto al mio orecchio attento per cogliere in quel suono un timbro differente, una struttura armonica nervosa che non era certo la mia. Mi accorsi quindi che altro uomo camminava nella mia stessa direzione, sul lato destro della medesima strada. Diana mi offrì uno squarcio di pallore dal quale distinguere la sagoma affrettata di un uomo avvolto nel suo pastrano scuro.

L’altro camminava spedito com’io stesso, a me speculare nel disegno simmetrico di quella via – e forse dell’universo. Era l’altro me stesso, la mia ombra. Mi stupivo nel notarlo seguire, mano a mano che avanzavo, la mia stessa strada. Come capita spesso, in questi casi viene da interrogarsi con imbarazzo se l’altro non si creda seguito proprio da noi, che per puro caso seguiamo il suo stesso momentaneo destino geografico. Mi accadeva talvolta di trovarmi in codesta situazione camminando di primavera seguendo la stessa strada di qualche affascinante dama a me sconosciuta, e pensarmi involontariamente colpevole della coincidenza. In questi casi, per non urtare il suo donnesco pudore, solevo mutare il mio percorso e prendere altre strade.

Forse questa stessa coincidenza causava adesso nell’altro, a tarda notte per una via deserta, una sottile paura di cui ero l’incolpevole ragione. La cosa, devo ammetterlo, mi compiacque; e cominciai a perdermi in strane fantasticherie. Amavo percorrere la città vivendone non solo lo spazio visibile, ma persino quello che essa è capace di produrre nella mia mente: andando a perdermi nei sogni che la città induce in noi viandanti. Chiamavo questa stravagante geografia della mente secondo un termine che trassi dal greco, ovvero psiche-geografia, e per qualche tempo fu persino argomento di conversazioni nel salotto della Contessa Guia De Bordi, dama squisita e d’ingegno non comune nel cogliere suggestioni dall’arte dell’Avvenire.

Il viaggio che compievo ora nella mia mente e nei sogni della città era di essere l’inseguitore di quell’altro che mi camminava parallelo a qualche diecina di metri di distanza: abbastanza per avere coscienza della mia presenza (come io l’avevo di lui) ma non sufficiente per vedermi in volto o rivolgermi la parola – ed esserne così rassicurato. Era freddo o un’emozione nuova il fremito che mi percorse in quell’attimo? Era un sorriso maligno quello che solcava il mio volto, nell’immaginare il potere che aveva la mia involontaria condotta sull’umore dell’altro? Fingevo a me stesso di essere un malintenzionato sulle orme di un’innocente vittima, fingevo la paura all’altro poco a poco crescergli dentro nel credere che lo stessi seguendo, e chiedersi se fossi rapinatore, o demente di sangue assetato, o cos’altro – come quel macellaio che squartò inermi cortigiane per le strade di Londra.

Mi accorsi divertito che tra le numerose arti che avevo praticato non vi era quella di cui scrisse il De Quincey nel suo Dell’assassinio considerato alla stregua delle arti belle. L’atmosfera che mi circondava me ne rivelò la bellezza segreta. Vi è nella composizione di un bel omicidio ben più che un paio di imbecilli – l’assassino e la sua vittima – un coltello, un sacca di danaro e un vicolo buio. Il disegno d’insieme, la disposizione, la luce e l’ombra, la poesia, il sentimento sono considerati oggigiorno indispensabili a tal fine. Quale formidabile potere lasciato a chiunque decida di liberarsi dalle inibizioni che impongono la coscienza e il timore! Quale grandiosa opera d’arte avrei potuto creare io stesso, travalicando il misero perimetro della mediocrità umana: quale sinfonia più bella ancora di quelle chiuse nell’angusto spazio di un teatro, dando una morte livida e grandiosa allo straniero che m’accompagnava.

Frugai nelle mie tasche, sperando nel caso fortuito di trovarvi quella lama taglia carte con la quale talvolta solevo uscire recandomi a leggere alla Biblioteca. L’illusione sarebbe stata perfetta, se avessi provato a me stesso che sarebbe potuto succedere, che ne avevo il potere e che solo l’arbitrio (la misericordia) mi avrebbe ostacolato nel portare a compimento quell’atto. Non trovai l’arma bianca, ma considerai che le mie braccia erano di forza sufficiente per stringere in un abbraccio mortale la gola del malcapitato. Contrassi le mani immaginandole avvolte al suo collo, e premetti vigorosamente i due pollici contro una corteccia dura che sentivo rompersi, mentre il sangue si dibatteva per proseguire per l’arteria schiacciata, in un’unica pulsazione che giungeva a coinvolgere il mio stesso corpo con voluttuosa violenza. Il volto diveniva sempre più pallido, finché la sua bianchezza livida e bella divenne nebbia. E mi risvegliai colmo di eccitazione. 

Un attimo di lucidità mi invase, giacché, come spiega il Bertoncelli nel suo De Physiologia, spesso le forti pulsioni emotive purificano l’organismo dai fumi dei paradisi artificiali. Quella strada che percorrevo presso a poco ogni giorno mi colpì d’improvviso per la sua lunghezza. Già avrei dovuto essermene giunto a destinazione da tempo, ed invece perso nelle mie divagazioni non mi accorgevo di che la durata si stesse diluendo in modo irreale. La cosa, del tutto conforme ai presupposti della psiche-geografia (che suole distinguere lo spazio e tempo ideale da quello mondano) e agli effetti del canape e del vino, riusciva però a stupirmi oltremodo. Di più, il buio e la nebbia m’impedivano di discernere dove fossi di preciso. L’altro continuava a camminare sulla sponda destra della via, ed io con lui.

E mano a mano che come due lati di una stessa medaglia nessuno di noi accennava a svoltare e sparirsene inghiottito dalla notte, lo stupore e la diffidenza che sospettavo in lui poco a poco s’introdussero in me. Chi era dunque quell’altro?

In un attimo, come se i nostri corpi si fossero scambiati traversando lo specchio di nebbia che li separava, i miei pensieri divennero i suoi; cioè quel che poc’anzi immaginavo essere lui divenni io stesso. L’inseguitore divenne l’inseguito: adesso m’interrogavo nervosamente, e quasi rabbioso pretesi a mezza voce che mi lasciasse solo e se n’andasse per la sua strada – lo digrignavo trai denti, pregando il dio silenzioso dei giovani poeti che se ne tornano a tarda notte e non per questo vogliono terminare i loro giorni con indecente anticipo (dio dispettoso, e perfido).

Considerai che, di tutte le sventure che potessero capitarmi, la peggiore sarebbe stata avere a che fare con un lettore del De Quincey, dati i pensieri che questi poteva risvegliare nel più mite e onesto dei gentiluomini – ma che nel caso, avremmo avuto perlomeno di che conversare. Forse l’affrontare un uomo di medesima coltura avrebbe un poco scoraggiato il mio altro; forse si sarebbe prodigato in scuse e avrebbe cercato di convincermi a partecipare alle sue spedizioni notturne di morte creativa (e chissà se lo avrei accontentato). Ma erano illusioni: mai si è sentito di assassini che compissero le loro malefatte per seguire sommi principi estetici o verità metafisiche; più volgarmente doveva trattarsi di un brigante che non avrebbe esitato ad aprirmi la gola nello scoprirmi le tasche vuote.

Accelerai quindi moderatamente il mio passo, per affrettare la fine di questa assurda situazione. Ma non riuscivo a lasciarmi alle spalle questo pesante compagno di viaggio, che anzi stava poco più avanti di quanto io fossi, e perciò divenni davvero più rapido e quasi lo superai, quando lui stesso accelerò. La camminata divenne corsa e infine irreale agone, ognuno di noi due inseguendo il passo dell’altro. Quando poi l’altro rallentò, solo per un momento mi rassicurai, finché non mi accorsi che in tal modo egli poteva vedermi (o piuttosto scorgere la mia sagoma innanzi a lui) allorché io avevo del tutto perso cognizione della sua posizione. Mi misi quindi io stesso a rallentare, per ricollocarmi in parallelo e perlomeno controllarne le intenzioni. Eccoci nuovamente uno di fianco all’altro, lealmente confrontati nell’immaginaria tenzone. 

Fu allora che strappando un poco di nebbia dai miei occhi scorsi la familiare sagoma della casa che mi avrebbe riparato dal freddo, dalle insidie, dalla fatica. Ero giunto finalmente, solo bastava traversare una sottile via. Solo qualche passo ancora, solo qualche attimo. Ma proprio in quel mentre l’altro scelse che era giunto momento d’avvicinarmi, e ciò fece. La macchia nera si allargava ai margini della mia visione, e quando pochi piedi mi separavano dalla porta di casa, lui era già lì ad attendermi.

E poi gli vidi il volto, e mi vidi. Giacché egli in tutto e per tutto aveva le mie fattezze e mi rassomigliava fin anco nell’andatura e nel modo di abbigliarsi. Mi si avvicinava con pace e beatitudine, senza mostrare lo stupore che se davvero fosse stato me avrebbe provato vedendosi. Quando mi si fu fatto sufficientemente vicino, mi prese le mani nelle sue, e proferì solo questa frase:

 Andiamo, serviamo altri dèi. 

Così scomparve. Se ne volerà via come un sogno, non si troverà più; si dileguerà come una visione notturna. Chi era? Non lo so dire. Davvero l’avevo visto e davvero mi aveva detto quella frase? Mi capita spesso di dubitarne: ma se dovessi ammettermi ingannato ciò dovrei per ogni mio ricordo. Quando l’uomo assiste a eventi che i sensi e l’intelletto non comprendono, non può fare altro che tentare di trasfigurarli in mera finzione; quando un intero popolo, lo chiama leggenda. Solo al poeta questa grazia, di potere ignorare la verità, giacché come scrisse il Coleridge “Il poema è tale specie di composizione che si oppone per suo stesso principio ai lavori della scienza, giacché suo oggetto immediato è il piacere, e non la verità”. Ma forse d’altre Verità ci è rivelazione, ben più profonde e immateriali.

Ma di questi pensieri non era il luogo, né l’ora, allorché tra veglia e sonno trascinavo i miei ultimi passi a terminare la loro lunga e misteriosa fatica. Quello che era deciso rintocco sul selciato si era fatto lento trascinare di stanche membra: e fu per loro una delicata festa rimandata al domani l’essere giunti a casa. Sciolsi il mio sogno in un sonno lucido, a seppellirvi l’irreale realtà. A me quiete più piena e più profonda: quella che splende nell’orbita d’una pupilla moribonda, pallida alba di luna.

 

fine.