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I CAPOLAVORI DI ARRIGO BOITO
a cura dell'Associazione Amici di Arrigo Boito

FALSTAFF

Falstaff di Giuseppe Verdi (1813-1901)

libretto di Arrigo Boito, dalla commedia The merry Wives of Windsor e dal dramma The History of Henry the Fourth di Shakespeare

Commedia lirica in tre atti 

Prima: Milano, Teatro alla Scala, 9 febbraio 1893 

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L’Associazione dispone di una videocassetta contenente la rappresentazione del dramma musicale Falstaff, magistralmente scritto da Arrigo Boito (a partire da Shakespeare) e garbatamente musicato da un cadente Giuseppe Verdi (che infatti, ne testimonia lo struggente carteggio tra compositore e librettista, volle dissuadere Boito da spendere il suo tempo per un’opera che la morte avrebbe potuto interrompere anzitempo). La scelta è caduta sulla versione del 1993 diretta da James Levine alla Metropolitan Opera, con regia di Franco Zeffirelli, che con Boito condivide il comune destino di vittima di un complotto comunista – che per decenni ha tentato di farlo passare per un regista lezioso e inutile. Zeffirelli, un regista !!! Fandonie. Un dotatissimo arredatore d’interni, altroché ! Se l’associazione avrà bisogno di un salottino ottocentesco, saprà chi chiamare.

Con quest’opera Boito e Verdi compiono il sodalizio perfetto tra “musica” e “dramma” che dai tempi delle Nozze di Figaro non si era più incarnato (se si esclude, ovviamente, Wagner). E non sono poche le somiglianze tra i due capolavori, senza poi contare le citazioni (Falstaff e Ford che indugiano di fronte all’uscio, volendo dare all’altro la precedenza, ci ricordano Susanna e Marcellina nell’opera di Mozart): d’altronde il Falstaff è l’unica prova di Verdi nel campo dell’Opera Buffa, della quale non ci si stupirà di ritrovare tutti i topos.

Eppure sarebbe ingiusto non riconoscere nel libretto di Boito, comico e brillante al punto giusto (una comicità che, è stato notato, è di modernità strabiliante), qualcos’altro oltre ad un’ottima re-interpretazione del genere. Malgrado il finale consolatorio (che ci riporta all’interno dei canoni dell’Opera Buffa, ribadendo le solite tematiche sul rapporto tra vita e teatro), la definizione del protagonista della farsa, Sir John Falstaff, è di un pregnante patetismo, le cui radici sono in un suo totale fraintendimento della pièce nella quale si trova: Falstaff si crede un Don Giovanni soltanto un poco imbolsito dall’età, dotato di fascino e intelligenza, che ordisce trame agli altrui danni; è invece un miserabile derelitto senza dignità.

E se da principio lo sfacciato orgoglio di questo grottesco personaggio ce lo rende semplicemente ridicolo, poco a poco, allorché lui continua a credere di reggere le fila del gioco (mentre viene invece menato per il naso), ne percepiamo l’essenza tragica – la pochezza del suo valore morale ed estetico è tanto palese che non possiamo non provarne pietà, e inorridire del modo in cui viene punito per le sue inclinazioni, che non riesce a reprimere.

Falstaff è vittima: tanto delle comari di Windsor che lo deridono crudelmente, quanto degli istinti animali che non riesce a controllare. Da un lato la sua ingordigia, ben rappresentata dall’ossessione per il suo ventre (che continua a toccarsi, del quale non smette di parlare, come se per metonimia ci si identificasse), dall’altro l’istinto sessuale, che è il motore dell’azione, del quale testimoniano queste sue repliche deliranti, tragicamente rappresentative del suo stato di lubrica sottomissione alle leggi della natura :

Sono il tuo servo !
Sono il tuo cervo imbizzarrito. Ed or
Piovan tartufi, rafani e finocchi !!!
E sien la mia pastura !
E amor trabocchi !
Siam soli...

E quando gli si profila l’ipotesi di un partouze a tre :

È doppia l’avventura !
Venga anche lei ! Squartatemi
Come un camoscio a mensa !!
Sbranatemi!!! Cupìdo
Alfin mi ricompensa !
Io t’amo! T’amo!

Se i primi due atti sono di matrice drammatica classica, nel solco di Da Ponte appunto (con il quale Boito duella in quanto a creatività linguistica e ritmo), la seconda parte del terzo atto (dopo una prima parte nella quale ci troviamo a simpatizzare con il povero Sir John) è un’apoteosi visionaria che dopo avere posto basi shakespeariane (travestimenti tematici à la Sogno di una notte di mezz’estate) culmina in un convulso sabba redentivo in stile perfettamente boitiano, inquietante più che comico, violentemente grottesco, nel quale si accavallano assonanze dissonanti come formule demoniache, come proiettili sul corpo umiliato del misero Falstaff.

La parabola di Falstaff rispecchia in definitiva quella di Re Orso: sovrano di un regno debosciato (una misera taverna), circondato da una grottesca corte dei miracoli, imponente massa di carne schiava dei suoi istinti, che si ritrova a subire un’umiliazione tanto più cocente che ribalta le gerarchie costruite dal suo ego orgoglioso. La comicità che ne nasce non può che essere amarissima, perché traccia un percorso che descrive in un esistenza tragica tanto più è grottesca.