L’Associazione dispone di una
videocassetta contenente la rappresentazione del dramma musicale Falstaff,
magistralmente scritto da Arrigo Boito (a partire da Shakespeare) e
garbatamente musicato da un cadente Giuseppe Verdi (che infatti, ne
testimonia lo struggente carteggio tra compositore e librettista,
volle dissuadere Boito da spendere il suo tempo per un’opera che la
morte avrebbe potuto interrompere anzitempo). La scelta è caduta
sulla versione del 1993 diretta da James Levine alla Metropolitan
Opera, con regia di Franco Zeffirelli, che con Boito condivide il
comune destino di vittima di un complotto comunista – che per
decenni ha tentato di farlo passare per un regista lezioso e inutile.
Zeffirelli, un regista !!! Fandonie. Un dotatissimo arredatore d’interni,
altroché ! Se l’associazione avrà bisogno di un salottino
ottocentesco, saprà chi chiamare.
Con quest’opera Boito e Verdi compiono il
sodalizio perfetto tra “musica” e “dramma” che dai tempi delle
Nozze di Figaro non si era più incarnato (se si esclude, ovviamente,
Wagner). E non sono poche le somiglianze tra i due capolavori, senza
poi contare le citazioni (Falstaff e Ford che indugiano di fronte all’uscio,
volendo dare all’altro la precedenza, ci ricordano Susanna e
Marcellina nell’opera di Mozart): d’altronde il Falstaff è l’unica
prova di Verdi nel campo dell’Opera Buffa, della quale non ci si
stupirà di ritrovare tutti i topos.
Eppure sarebbe ingiusto non riconoscere nel
libretto di Boito, comico e brillante al punto giusto (una comicità
che, è stato notato, è di modernità strabiliante), qualcos’altro
oltre ad un’ottima re-interpretazione del genere. Malgrado il finale
consolatorio (che ci riporta all’interno dei canoni dell’Opera
Buffa, ribadendo le solite tematiche sul rapporto tra vita e teatro),
la definizione del protagonista della farsa, Sir John Falstaff, è di
un pregnante patetismo, le cui radici sono in un suo totale
fraintendimento della pièce nella quale si trova: Falstaff si crede
un Don Giovanni soltanto un poco imbolsito dall’età, dotato di
fascino e intelligenza, che ordisce trame agli altrui danni; è invece
un miserabile derelitto senza dignità.
E se da principio lo sfacciato orgoglio di
questo grottesco personaggio ce lo rende semplicemente ridicolo, poco
a poco, allorché lui continua a credere di reggere le fila del gioco
(mentre viene invece menato per il naso), ne percepiamo l’essenza
tragica – la pochezza del suo valore morale ed estetico è tanto
palese che non possiamo non provarne pietà, e inorridire del modo in
cui viene punito per le sue inclinazioni, che non riesce a reprimere.
Falstaff è vittima: tanto delle comari di
Windsor che lo deridono crudelmente, quanto degli istinti animali che
non riesce a controllare. Da un lato la sua ingordigia, ben
rappresentata dall’ossessione per il suo ventre (che continua a
toccarsi, del quale non smette di parlare, come se per metonimia ci si
identificasse), dall’altro l’istinto sessuale, che è il motore
dell’azione, del quale testimoniano queste sue repliche deliranti,
tragicamente rappresentative del suo stato di lubrica sottomissione
alle leggi della natura :
Sono il tuo servo !
Sono il tuo cervo imbizzarrito. Ed or
Piovan tartufi, rafani e finocchi !!!
E sien la mia pastura !
E amor trabocchi !
Siam soli...
E quando gli si profila l’ipotesi di un
partouze a tre :
È doppia l’avventura
!
Venga anche lei ! Squartatemi
Come un camoscio a mensa !!
Sbranatemi!!! Cupìdo
Alfin mi ricompensa !
Io t’amo! T’amo!
Se i primi due atti sono di matrice
drammatica classica, nel solco di Da Ponte appunto (con il quale Boito
duella in quanto a creatività linguistica e ritmo), la seconda parte
del terzo atto (dopo una prima parte nella quale ci troviamo a
simpatizzare con il povero Sir John) è un’apoteosi visionaria che
dopo avere posto basi shakespeariane (travestimenti tematici à la
Sogno di una notte di mezz’estate) culmina in un convulso sabba
redentivo in stile perfettamente boitiano, inquietante più che
comico, violentemente grottesco, nel quale si accavallano assonanze
dissonanti come formule demoniache, come proiettili sul corpo umiliato
del misero Falstaff.
La parabola di Falstaff rispecchia in
definitiva quella di Re Orso: sovrano di un regno debosciato (una
misera taverna), circondato da una grottesca corte dei miracoli,
imponente massa di carne schiava dei suoi istinti, che si ritrova a
subire un’umiliazione tanto più cocente che ribalta le gerarchie
costruite dal suo ego orgoglioso. La comicità che ne nasce non può
che essere amarissima, perché traccia un percorso che descrive in un
esistenza tragica tanto più è grottesca.