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I CAPOLAVORI DI ARRIGO BOITO
a cura dell'Associazione Amici di Arrigo Boito

L'ALFIER NERO

L'alfier nero, pubblicato nel 1867, è una delle più celebri novelle di Arrigo Boito. Si tratta di un racconto fantastico scacchistico-razziale, che nel suo genere si distingue per l'originalità, trattandosi d’altronde di un genere, quello dei racconti fantastici scacchistico-razziali, in cui spicca come unica (ma non per questo meno straordinaria) opera.

Certo ad alcuni mancheranno le straordinarie invenzioni ritmiche, il linguaggio eccentrico e l’evocazione di atmosfere baroccamente grottesche (e vi troveranno un Boito un poco sotto le righe) – ma non mancheranno di apprezzare l’incedere tragico di questa parabola manichea che molto ha in comune con il libretto dell’Otello.

Il che ci suggerisce, come sempre in Boito, che trattasi di parabola cosmologica, metafisica, ed in questo senso sia da intendere, dimenticando i risvolti etnici e il carattere razzista della società nella quale è ambientata: bianco e nero sono ben più che due etnie, sono la personificazione dello scontro tra le due forze opposte dell'universo, che in Boito stesso convivono (si veda il poema Dualismo). 

Al di là del riuso delle categorie gnostiche con le quali il massone Boito aveva grande familiarità, c'è da sottolineare in che modo viene descritto il confronto tra bianco e nero. L'alfier nero ci mostra innanzitutto due eserciti a confronto, e due differenti strategie, descritte con grande dovizia da Boito. Forti contro deboli, potenti eserciti contro disordinato proletariato, il cui disordine, la cui debolezza si transustanzia però infine in forza dirompente :  animato dalla forza della debolezza e della rassegnazione, l'indemoniato esercito di pedine nere vincerà infine la sfida.

La strategia vincente è quella imprevedibile della guerriglia, caratteristica delle moltitudini oppresse. Come scrive Wu Ming a proposito dell'articolo enciclopedico "Guerrilla" di sir Thomas Edward Lawrence (1888-1935, meglio noto come "Lawrence d'Arabia") : 

Il raggio d'azione è più importante della forza: meglio essere sparpagliati e condurre tanti piccoli attacchi in punti diversi piuttosto che concentrarsi e sferrare un grosso attacco. Il "mordi e fuggi" è più importante del cercare di proseguire o migliorare un affondo sul campo nemico. Inoltre: la disomogeneità dei ranghi e l'azione individuale vanno incoraggiate anziché evitate: la disomogeneità ostacola l'attività di intelligence del nemico, e l'azione individuale fa sì che le truppe diventino "una serena alleanza tra comandanti in capo".

Tirando le somme, Lawrence dice che la guerriglia deve contare su basi sicure, avere di fronte un nemico straniero potente ma impossibilitato a coprire tutto il territorio, avere intorno a sé una popolazione amica o comunque non ostile (basta un 2% di popolazione attiva e un 98% di popolazione non ostile), e infine essere rapida, ubiqua e autonoma dai canali di rifornimento.

La "guerriglia" di cui parlano Lawrence e Wu Ming è quella strategia in apparenza così poco sistematica (eppure così letale) di cui fa uso lo scacchista nero del racconto. L'Alfiere Nero invece, se vogliamo continuare a usare le categorie del pensiero mingiano, è il mito incarnato (il Luther Blisset, il Subcomandante Marcos, ecc...) - il frutto del processo mitopoeitico rivoluzionario: la maschera nella quale s'incarna tutto un popolo

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